| La mietitura in
cui vissero i nostri nonni tra il 1930 fino gli anni 80 partiva
dal 15 giugno e durava dai quindici ai venti giorni.
Un lavoro molto duro, che impegnava tutta la famiglia, anzi
si chiedeva anche l'aiuto di altre persone. Gli attrezzi da
utilizzare erano composte dalle soli falce.
In quei tempi i diserbanti
non esistevano, prima che avveniva la mietitura bisognava
fare la sarchiatura, cioè pulire i seminati
dalle erbacce. Se prima non si serchiava non si poteva
neanche mietere. Alla serchiatura dei campi andavano tutte
le famiglie, così le campagne si riempivano di gente. Cosa
che oggi non si vede nemmeno l'ombra. Durante il lavoro i
ragazzi e le ragazze passavano il tempo dando voce a qualche
ritornello.
| Se il
tempo nelle stagioni primaverili non aveva portato
nessun temporale o grandinata in modo da rovinare i
campi, già dai primi di giugno si poteva prevedere
il risultato finale. |

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I mietitori
erano organizzati in paranze. La paranza era solitamente
composta da quattro mietitori più il legante. Quest'ultimo
aveva il compito di raccogliere gli scern'ti, cioè il grano
contenuto fra le cinque dita di una mano che veniva falciato
dai mietitori. Gli scern'ti erano legati da uno stelo di
grano arrotolato ed intersecato con un nodo sommario ma
fatto ad arte da mani esperte. Dopo averli legati gli scern'ti
venivano depositati sugli steli tagliati divenuti ormai
stoppie. A questo punto sopraggiungeva il legante che aveva
il compiti di procedere alla raccolta degli scern'iti e di
comporre le gregne.
| I
mietitori erano messi uno di fianco all'altro a
circa mezzo metro di distanza. Quando si arrivava
dalla parte opposto a quella di partenza si faceva
una pausa, chiamata "la perduta". La quale
consisteva in un riposo da parte dei mietitori, una
breve sosta per riaddrizzare la schiena, per
asciugare il sudore, per riprendersi dall'arsura
della gola seccata dal sole cocente con una bevuta
di acqua fresca o a di buon vino portato dalla mamma
o qualcun'altro di famiglia. Poiché in questa
maniera si perdeva tempo, veniva chiamato "la
perduta". |

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Si cominciava a mietere il
grano dall'alba per continuare tutta la giornata. I
mietitori mangiavano cinque volte al giorno: prima di
cominciare, verso le cinque del mattino, si dava loro "nu
muzzicuni i pani cu frittata", verso le nove si
mangiava di nuovo, un altro po' di pane con pancetta o lardo
con qualche peperoncino piccante, pomodoro e cipolla e vino
sempre abbondante. Poi c'era la sosta per il pranzo di
mezzogiorno, portato in loco dalle famiglie.
Il pranzo era fatto con pasta fatta in casa, con il sugo di
pomodoro o con fave, lenticchie, cicerchie, accompagnati da
qualche pezzetto di carne e formaggio e non mancavano mai i
pomodori, i peperoni dolci fritti oppure i peperoncini
piccanti, le cipolle e qualche frutto di stagione. Alla sera
verso le nove si mangiava tutti a casa insieme.
| Quanto
tutto il campo era stato mietuto, si passava alla
raccolta delle gregne, che avveniva col carro
trainato dalle mucche. Le gregne venivano situate in
uno spazio aperto chiamato "l'aria". Da
qui passavano non meno di due mesi prima che
avveniva "la trebbiatura". |

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Questa fase veniva utilizzata
usando la trebbia italo-svizzera, realizzata in legno nei
primi anni quaranta e azionata da un trattore con puleggia
per cinghia.Il movimento viene trasmesso dal
trattore alla trebbia attraverso una cinghia lunga 20 mt
(cintone) e da quest’ultima alla scala per allontanare la
paglia dalla macchina e permettere di edificare il pagliaio.

A Marinello arrivavano
"trebbie" da San Giovanni in Fiore, Montalto e San
Vincenzo la coste. I quali trovavano ad ogni famiglia la
propria "aria" pronta per la trebbiatura.
La trebbia deve essere posizionata
necessariamente in piano perfetto, per evitare che all’interno
dei meccanismi , vaglio e brillatore, il grano si
mischi alla paglia più sottile, e fissata al suolo per
evitare spostamenti. Inoltre le cinghie di trasmissione
devono essere adeguatamente collocate sulle rispettive
pulegge.
La trebbiatura a fermo eseguita in questo
modo suddivide il grano in tre parti che fuoriescono da tre
bocchette.Dalla prima esce il grano puro utilizzato per la
farina da cucina, dalla seconda il grano meno puro adatto
alla farina per gli animali e dalla terza esce il grano
sminuzzato nichelato con impurità.
Alla fine della trebbiatura il grano
veniva insaccato caricato sul carro e portato a casa. Qui
con una misura chiamata "mianzutumminu" veniva
travasato dai sacchi e messo nel "granaru" dove
veniva conservato per tutto l'anno, andando a prelevarlo
all'occorrenza ogni qual volta finiva la farina ed occorreva
perciò fame dell' altra.
Tutto questo dagli anni 30 gli anni 60
circa, prima di questo periodo non esistevano neanche le
trebbie ed il grano veniva lavorato tutto
manualmente. Verso gli anni cinquanta/sessanta iniziarono ad
uscire fuori le "motofalce", macchinari le quali
permettevano il taglio del grano.

L’utilizzo di questa macchina è stato di grande aiuto
per eliminare la mietitura manuale del grano, molto lunga e
faticosa, passando così ad una prima meccanizzazione dell’agricoltura.
La Motofalce oltre a tagliare il grano era completa di
legatore e naspo, la quale permetteva di tagliare e creare
le gregne nello stesso momento.
Alla fine degli anni ottanta la meccanizzazione agricola
face altri passi avanti, creando attrezzi in gradi di
mietere e di dare direttamente come risultato finale il
grano bello pulito e pronto da depositare nel
"granaro". Stiamo parlando delle cosi dette
mototrebbiatrici, le quali ancora tutt'oggi vengono
utilizzati per la raccolta e la mietitura del grano nella nostre
zone.

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